09/03/2012

Visco e la riforma del lavoro

Visco: "Lavorare di più e più a lungo"  Giovani, 2 milioni non studiano e non lavoranoLa repubblica

 

 Occupazione giovanile e lavorare più a lungosono due obiettivi che si annullano a vicenda dato che il giovane va a occupareil posto dell’anziano che va in pensione, pertanto, più lavora l’anziano più ilgiovane deve rimandare la sua entrata nel lavoro. 

Inoltre, tanto per rafforzarela contraddizione, afferma che “l’Italia è un paese anziano e che per mantenereil livello di vita raggiunto “bisogna che si lavoro di più, in più e più alungo”.
Un ulteriore rafforzamentodella contraddizione è l’affermazione che “ci sono oltre 2 milioni di giovani,di cui 1,2 sono donne, che non lavorano, non studiano e non partecipano adun’attività formativa.

Già, due milioni di giovanidisoccupati, oltre ai precari che l’occupazione la stanno ancora sognando.
Ma questi due milioni dipersone senza occupazione come faranno a trovarla se gli occupati dovrannolavorare di più e più a lungo?
Una domanda che i nostrigovernanti e dirigenti pubblici, a quanto sembra, non si pongono. Così come nonsi pongono il problema della contraddizione tra la riforma del lavoro propostae le esigenze delle aziende; esigenze che non collimano affatto con il“lavorare di più e più a lungo” anzi, le aziende hanno la necessità, da sempre,di ridurre il personale proprio a causa dei cambiamenti produttivi e di mercatoavvenuti in questi ultimi decenni.

Secondo Visco, però, se sivuole aumentare l’occupazione bisogna contrastare le rendite di posizione e gliinteressi particolari.
Ma quali? Questo ce lo dicesempre Visco affermando che il mercato del lavoro va riformato vincendo leresistenze al cambiamento: “un migliore funzionamento del mercato del lavorocon la capacità di accompagnare, e non con la volontà di resistere alcambiamento, va di pari passo con mutamenti profondi nella strutturaproduttiva, dalla dimensione delle imprese manifatturiere alla concorrenza eall'efficienza dei servizi”, ovvero, l’adeguamento della società alle esigenzedi mercato.
Pertanto,secondo Visco, e non solo, le resistenze verrebbero da coloro che si oppongonoall’adeguamento della società alle esigenze del mercato. Coloro che antepongonol’individuo all’interesse economico. Resistenze che, se si vuole

Quello che Visco afferma è unasocietà legata, nel suo sviluppo, proprio a interessi particolari di settore enon libera da essi. Una società dove l’individuo è soggetto - senza più nessunadifesa se non quella di uno stato regolatore tra le parti ma legato, per suanatura, alla parte economica della società - ai capricci del mercato. Questoimplica la fine della società basata sulle trattative trai i vari settorisocio/politici ed economici. Una società dove la gestione dell’economia e dellaproduzione condizionerà l’intero sviluppo sociale e non solo nel campoproduttivo e distributivo ma anche in quello culturale in generale poiché tuttoavverrà in base all’utile che se ne ricaverà; senza utile niente strutture.

In una simile società cipotrebbe anche stare l’welfare e gli ammortizzatori sociali, ma a quale prezzo?

Sicuramente, l’individuo dovrà sottostare,per le sue esigenze lavorative, ma anche culturali e, comunque, non legate allavoro, alle esigenze dei pochi che gestiscono la vita pubblica - che nonsaranno necessariamente i politici - poiché tutto sarà deciso in base all’utileche si potrà ricavare.
Sarà l’utile che decideràquando lavoreremo e cosa produrremo (cosa mangeremo, cosa vestiremo, come cidivertiremo ecc).

Sanno benissimo che il lavoro per tutti è unsogno impossibile quando la produzione è affidata alle macchine, sanno che gliindividui saranno estromessi dal mondo del lavoro, ed proprio per questocontinuano a sviluppare formule che coprano la realtà determinata dallosviluppo. L’industria a bisogno, per investire nel cambiamento, dellapossibilità di diminuire la manodopera che, nell’attuale contesto, non puòoccupare il posto delle macchine: o la macchina o l’uomo! È questo il primoproblema, per l’industria, da risolvere.

Pertanto, parlare di occupazione, lavorare dipiù e più a lungo per creare occupazione attraverso nuovi investimenti èfuorviante e falso.

I NUOVI INVESTIMENTI – COME QUELLI VECCHI –SERVONO SOLO A MIGLIORARE LA TECNOLOGIA E, PERCIÒ, A DIMINUIRE IL PESO DELLAMANODOPERA.

Si può certo parlare di altri tipi di lavoro,ma quali? È forse possibile diventare tutti commercianti o lavoratoriindipendenti o artigiani senza intaccare il modello di vita raggiunto?

15:44 Scritto da: francescoverduc in LAVORO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: lavoro, società | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook |  Stampa

28/02/2012

Come sarà il lavoro nel futuro?

Si continua a parlare di lavoro e ammortizzatori sociali ma nessuno ci dice se sarà possibile, in futuro, un sistema sociale basato sul lavoro dato il continuo miglioramento delle tecnologie di produzione, gestione e distribuzione. Nessuno ci dice che la causa prima della mancanza di occupazione sono proprio le tecnologie che sostituiscono l'uomo nel lavoro.
Continuano a incolpare la crisi attuale, peraltro dipendente dal debito pubblico e, pertanto, non attinente all'occupazione in se, mentre la crisi dell'occupazione dipende sostanzialmente dalla tecnologia.

In un sistema tecnologicamente avanzato, è ovvio presupporre che l'uomo sarà marginale rispetto al lavoro, perciò, il problema principale da affrontare, dopo aver accettato quanto sopra, sarà, necessariamente, la capacità del sistema di trovare il modo di provvedere a coloro, e saranno la maggioranza, che non potranno avere un'occupazione costante.
Eppure Mario Draghi, presidente della Bce, insiste sulla necessità di cambiare il modello sociale europeo affermando che è ormai superato. In linea con la politica europea e italiana, insiste sulla necessità delle liberalizzazioni, ponendole al primo posto nelle priorità, per creare nuovi posti di lavoro e dare così impulso al mercato sia sul piano degli investimenti che su quello dei consumi

Dunque, le liberalizzazioni sarebbero il nuovo motore destinato a ridare impulso all’economia e, di conseguenza, a creare posti di lavoro. Dunque, liberalizzare il mercato di lavoro, rendendolo più flessibile alle necessità del mercato, creerebbe più occupazione e eliminerebbe quello che chiama “mercato del lavoro a due velocità”; “molto flessibile per i giovani e inflessibile per la parte protetta dove i salari riflettono più l’anzianità che la produttività”.
Un mercato del lavoro dove l’idea dominante sarebbe un’alta capacità produttiva e il merito. Dove le aziende, per conformarsi alle esigenze del mercato, dovranno avere la possibilità di ridurre il personale in eccesso eliminando così l’idea di turnover.
Pertanto, la liberalizzazione del mercato del lavoro dovrebbe creare una maggiore flessibilità nel senso che, l’operaio licenziato troverebbe lavoro comunque e in tempi brevi in altre realtà.

A questa analisi manca una cosa essenziale; le aziende (di ogni settore) che si trovano nella necessità di aumentare la loro competitività dovranno, per forza di cose, investire in macchinari - investimenti che non riguardano solo le aziende produttive ma anche quelle del terziario (commercio, distribuzione, turismo,ecc.) - a tecnologia avanzata che sostituiranno la manodopera umana.
In questo modo si creeranno esuberi di personale che, secondo la teoria delle liberalizzazioni e le nuove norme che il governo italiano vorrebbe introdurre, potranno essere licenziati nella convinzione che, comunque troveranno lavoro in altre realtà.

Ma quali realtà?
Le uniche realtà disponibili saranno quelle dei servizi (trasporti, commercio <piccoli negozi>, turismo <per lo più stagionale>), delle cosiddette “partite iva” (piccoli artigiani, camionisti, idraulici, ecc)e dell’agricoltura (per lo più stagionali).
Realtà che, di per se, in massima parte, sono precarie perché, o sono stagionali o hanno una concorrenza troppo alta per poter avere un guadagno necessario a sopravvivere.
Questo significa che, in futuro, il mercato del lavoro sarà caratterizzato da un’enorme domanda a fronte di una minima offerta. Questo porterà a una società sempre più conflittuale e instabile sul piano sociale in mancanza di strutture in grado di soddisfare le necessità primarie della popolazione.

Ma allora perché sostenere che il modello europeo è superato - proponendo le liberalizzazioni come unico rimedio - quando, invece, è proprio questo il momento di attuarlo a pieno regime?

La risposta alla domanda è molto semplice: in un mondo che continua a cambiare, le necessità delle aziende si trovano in netto conflitto con quelle dei lavoratori (di qualsiasi categoria) proprio a causa dei continui investimenti che devono affrontare per modernizzare le strutture produttive e no per rimanere sul mercato, Al contempo, proprio a causa degli investimenti si trovano nella necessità di ridurre i lavoratori in esubero a causa dei macchinari moderni che non necessitano più della quantità di manodopera prima necessaria. Da qui la richiesta di poter licenziare ma, dato che i licenziamenti comportano un costo sempre più elevato degli ammortizzatori, si cerca di creare lavoro con la liberalizzazione dei mestieri pur sapendo che, in realtà, crea solo l’illusione del lavoro.

10:35 Scritto da: francescoverduc in LAVORO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: lavoro, precariato, disoccupazione | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook |  Stampa

22/02/2012

Marcegaglia ripropone i licenziamenti facili

Corriere
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Un’altra bufera sull’articolo 18 e la tutela dei diritti dei lavoratori.
Questa volta, ad innescarla è la presidente di Confindustria sig. Marcegaglia che ha affermato: “Noi non vogliamo abolire l'articolo 18, il reintegro deve rimanere per i casi discriminatori, ma vogliamo poter licenziare le persone che non fanno bene il loro mestiere”
E poi rivolta ai sindacati: “Vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro”

Affermazioni ritenute gravi dai sindacati confederali Cisl, Uil e Cgil. E gravi lo sono non tanto per l’attacco
all’articolo 18 quanto al riferimento alla qualità del lavoro degli operai e alla richiesta esplicita di licenziare coloro che “non fanno bene il loro mestiere” e al reintegro che deve riguardare unicamente “i casi discriminatori”.  

E brava, sig. Marcegaglia. Licenziamo tutti allora!
Si, perché, se il reintegro riguarderà solo i casi discriminatori, i casi di licenziamento non riguarderanno solo le difficoltà economiche dell’azienda perché, visto che il licenziato non potrà più fare ricorso, ogni scusa sarà valida.
La frase “vogliamo licenziare quelli che non fanno bene il loro lavoro”, da sola annulla ogni possibilità di reintegro dato che, avendo la possibilità di licenziare, sarà solo l’azienda a giudicare chi “farà bene il proprio lavoro” e, pertanto, anche i licenziamenti discriminatori passeranno con la scusa che l’operaio non si impegna.

Insomma, tra una precisazione (Va tuttavia rimarcato che a volte l'articolo 18 diventa un alibi dietro il quale si possono nascondere dipendenti infedeli, assenteisti cronici e fannulloni) e l’altra, alla fine, l’unico interesse degli industriali riguarda la possibilità di avere mano libera sulle questioni aziendali e rispetto ai diritti dei lavoratori.
Che ci siano i furbi che sfruttano le leggi a proprio vantaggio è fuori discussione - però dovrebbe anche prendere atto dei tanti furbi che ci sono nel mondo inprenditoriale. Furbi che, quando non pagano le tasse, sono dei veri e propri ladri -, questo, però, non giustifica la cancellazione della norma.
La sig. Marcegaglia dovrebbe, invece di prendere atto della disponibilità dei sindacati a discutere delle riforme necessarie alla modifica degli ammortizzatori sociali, che sono il vero fulcro del problema, cerca di rimescolare le carte creando ulteriori tensioni al fine di raggiungere lo scopo dei licenziamenti liberi perché, probabilmente, non ritiene necessario il coinvolgimento dell’azienda nel sostenerli. Coinvolgimento proposto dal governo.

16:23 Scritto da: francescoverduc in LAVORO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: lavoro, marcegaglia | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook |  Stampa