Racconto: un giorno con tanta voglia di non fare nirente.
Un uccello sul ramo che canta nel mattino.
Lo sguardo rivolto verso est al sole nascente.
Il sole che penetra tra le persiane brillando sui granelli di polvere.
Il cielo trasparente che occhieggia dalla finestra.
L’assenza di nubi a rompere l’orizzonte.
Un uomo che si sveglia alla nuova giornata.
S’alza e apre la finestra.
L’aria pulita, che nella notte s’è rinnovata, penetra fresca nei polmoni dilatandoli.
Rimane affacciato per qualche minuto come inebetito da tanto splendore.
Ma è una giornata di lavoro come tante, ore 7,00.
Ha un ora per prepararsi, uscire ed arrivare al lavoro.
Ma il nostro amico proprio non ne ha voglia; non ha voglia di rinchiudersi in un ufficio.
Tra carte e computer o sotto un capannone, tra macchinari nel caldo e nel rumore assordante.
Non ha voglia di parlare con i suoi colleghi sempre pronti a scherzi pseudo innocenti.
Non ha voglia d’impegnarsi, insomma!
Dopo breve riflessione, sognando lidi migliori ispirati dal giovane giorno, decide che forse val la pena di fare qualcos’altro che lavorare.
Manda tutto e tutti a quel paese, oggi, il nostro amico.
Si rimette a letto di nuovo.
Si rialza con calma, si rade a dovere come dovesse andare in discoteca. Invece della tuta o della cravatta, si mette comodi vestiti da passeggio.
Fa con calma la colazione mentre ascolta le notizie alla tv (cosa che non fa mai, guardare la tv intendo)
Dopo la colazione prepara il caffè, lo beve e si mette comodo sul divano a fumarsi una sigaretta.
Rimane inebetito davanti allo schermo. Un po’ segue un po’ s’addormenta. Non s’accorge del tempo che passa.
Temporeggia e riflette; che cazzo faccio adesso? In fondo, il nostro amico mica è uno che se la spassa! Certo, gli piace divertirsi, ma di solito lo fa al sabato sera.
Poi, di colpo s’alza. Si risiede, s’alza di nuovo. Non si sente sicuro della scelta.
Riflette ancora. Ma su cosa? Quando non si ha voglia non si ha voglia! Eh cazzo!
Finalmente si decide. Esce di casa felice d’aver finalmente detto no.
Forse la prima volta in vita sua che dice no, ma no a cosa?
Al lavoro, stupido! Alle convinzioni, alle abitudini, al dovere.
A tutto ciò che tiene legato l’uomo alla necessità sociale - non a quella necessità naturale a cui ogni essere è soggetto.
Il primo impatto con la strada è il rumore delle automobili.
Il secondo l’odore dei gas di scarico.
Il terzo la marea di gente che lo attornia come volessero aggredirlo.
Ormai sono le nove e la gente è già operosa. Le strade sono piene di persone indaffarate, quasi indifferenti a ciò che le circonda prese come sono dalla loro attività.
Si diverte a guardarle.
Vive la cosa come in un film, il nostro amico.
In una grande città dove è difficile conoscersi, vede volti sconosciuti o conoscenti che incontra di rado, donne con la borsa della spesa, negozi aperti.
La strada è intasata di macchine.
Cammina senza meta il nostro amico, felice d’essere libero, senza impegni. Ma quel che più conta, nessuno l’ha fermato, nessuno a chiedere come va, cosa fai, perché non lavori etcc.. etcc.
La città è grande, si può girare per ore senza annoiarsi; sono talmente tante le cose da vedere e ammirare che il tempo scorre senza accorgersi.
Ma il nostro amico oggi non ha problemi di tempo; “che scorra pure” – pensa – “il tempo. Tanto lo recupererò domani se ne avrò voglia”.
Ma neanche ha voglia di fermarsi ad ammirare i monumenti o entrare nei locali. Ha voglia solo di muoversi tra la gente.
Camminando camminando, si ritrova in una zona che non conosce affatto. Di li c’è passato alcune volte ma senza mai fermarsi. Una zona residenziale con pochi negozi e, così a occhio, nessun bar ristoranti discoteche. Niente! Gli sembra un deserto. L’attraversa quasi di corsa. Una lunga sgambettata per ritrovarsi dalle parti del centro.
A questo punto, sono appena le dieci, incomincia a pensare che, forse, avrebbe almeno dovuto avvisare della sua assenza dal lavoro. Non che faccia differenza. Lavorando in squadra con altri, l’assenza di uno o due persone di solito non crea problemi. Però non si sa mai, riflette. In fondo, anche se ne mancano altri due, cosa cambia? Continua a riflettere. Se avessi chiamato che non potevo andare – e una scusa avrei dovuta prenderla di sicuro, e in questi casi, cioè, quando si chiama la mattina, di solito la scusa è un qualche malessere – e m’avessero detto che ne mancavano altri due, mica potevo dire che si, va beh, non è poi così grave. Eh no! Perché sarebbe come ammettere che, in realtà, non ero ammalato. Perciò, conclude, meglio lasciar perdere; domani troverò sicuramente una scusa.
Decide allora di riprendere la sua escursione.
Prende una direzione qualsiasi andando verso il centro per evitare di rifare le strade di prima o di ritornare verso casa.
Strada facendo ha modo di fermarsi ad aiutare un’anziana che, ferma al passaggio pedonale, non si decideva ad attraversare la strada. Gli si avvicina e, gentilmente, chiede se ha bisogno d’aiuto. La signora lo guarda un po’ stupita da tanta gentilezza; si, grazie, risponde, con questo traffico diventa sempre più rischioso attraversare la strada anche sulle strisce pedonali. Il nostro amico, con cautela si mette sulla strada con le mani alzate imitando i vigili, le macchine si fermano.
L’amico invita la signora ad attraversare.
La signora, solerte, e quasi di corsa, attraversa.
- Mille grazie, dice, peccato che al giorno d’oggi la gentilezza sembra scomparsa dal mondo.
- Eh si, purtroppo, risponde l’amico, comunque sia le auguro un buona giornata, signora.
- Grazie di nuovo, e buona giornata anche a lei, risponde.
E la signora s’incammina verso i fatti suoi forse un po’ più felice di prima.
Beh, pensa l’amico, un gesto gentile non guasta mai, anzi, aiuta a rendere la vita più accettabile sia a noi stessi che agli altri; e riprende il suo vagabondare.
Terza parte
Pian piano, senza accorgersene, il nostro amico ha attraversato la città fin quasi alla periferia, praticamente in campagna, ancora un isolato e incominciano i campi coltivati.
Gli vien voglia di evadere definitivamente, di andare in campagna – chissà se riesco a ritrovare i luoghi dell’infanzia.
Sta per essere sopraffatto dai ricordi ma si ferma. Non vuole nostalgie. Niente nostalgie oggi!
Prima di immergersi nella natura, però, si ferma al primo bar che incontra per un caffè.
Entra e si siede a un tavolino in disparte. Il locale è tipico delle periferie: i clienti sono prevalentemente pensionati e operai. Giocano a carte. In una saletta separata sente, attutito, il tipico tac delle boccette da biliardo che si scontrano. Una nota di colore si muove dietro al banco e tra i tavolini. Prepara le bevande e le serve muovendosi con armonia come seguisse una musica che solo lei sente.
Si avvicina al tavolino.
Il nostro amico, che sin dal primo momento, nel vederla era rimasto senza fiato, riesce con fatica a dire:
- Buon giorno.
- Buon giorno a lei, signore. Cosa le posso servire?
Voce flautata, piena di tenerezza.
- Un caffè ristretto, grazie. Sempre a fatica
- Un po’ di pazienza e la servo subito.
- Grazie. Faccia con comodo, non ho fretta. Dice cercando di ostentare indifferenza.
- Non è che per caso avete il giornale? Chiede sempre a disagio.
- Si, aspetti che guardo se ce n’è uno libero.
La ragazza, avrà più o meno 20anni, nel tornare al banco per preparare il caffè al nostro amico, si ferma ad ogni tavolino per ritirare i bicchiere e le tazzine vuote e pulendo il piano, rispondendo, sempre con cortesia, alle battute dei clienti.
L’amico la guarda fingendo indifferenza. Guarda i movimenti tranquilli di quel corpo così armonioso e al contempo forte, sicuro, senza incertezze. Ogni suo movimento da l’impressione di un passo di danza nell’etere talmente è leggero – o così sembra all’amico.
Il suo sguardo insistente, anche se mascherato dall’indifferenza, non sfugge però all’anziano seduto al tavolino accanto che, osservando l’amico, pensa a quando lui giovane, si divertiva a fare avance alla ragazze.
- Bella donna, eh.
La voce, quasi un sussurro, gli arriva di fianco e lo prende alla sprovvista. Si gira e vede un anziano seduto tranquillo al tavolino di fianco; strano che non l’abbia notato prima, pensa.
- Eh, si, proprio bella
Il nostro amico sorride all’anziano che a sua volta si mostra contento d’aver, forse, trovato un po’ di compagnia.
- Non ti fare troppe illusioni. Dice.
- Perché? È già forse impegnata? Chiede l’amico.
- Oh no, solo che ha un carattere piuttosto difficile.
- Difficile? Chiede l’amico conscio d’essersi espresso in modo interessato.
Cosa che all’anziano non sfugge,
- Se ti piace, dice, devi andarci coi piedi di piombo; come si diceva una volta. Poi, sorridendo, sussurra: arriva.
L’amico intuisce la faccenda dei “piedi di piombo” e ne fa tesoro.
Intanto la ragazza, arriva al tavolino e gli pone il caffè e il giornale dicendo: ecco il suo caffè e il giornale. Il volto sorridente.
L’amico ricambia il sorriso. Grazie mille. Risponde sperando in uno di quei gesti che preludono a un principio di interessamento La ragazza, però s’era già allontanata verso le sue incombenze. Peccato, pensa l’amico. Forse ha ragione il signore; è troppo difficile e, solitamente, le persone difficili sono anche problematiche.
- Visto?
L’anziano lo stava guardando incuriosito. L’amico era sicuro che gli avesse letto in volto la delusione.
- Eh, si! sembra proprio difficile. O, magari, è solo timida.
- Anche. Se proprio sei interessato e, se posso darti un consiglio, ti conviene farti vedere più spesso di modo che si abitui a te. Voglio dire, se fai delle avance adesso che non ti conosce, rischi di comprometterti.
L’amico rifletté un attimo sul perché di tanto interesse del signore nei suoi confronti e realizzò che, forse, lo trattava come un figlio.
Poi disse: grazie per il consiglio. E aggiunse: è la prima volta che vengo da queste parti e non conosco la zona.
Lo disse anche per cambiare discorso riproponendosi di seguire il consiglio del signore. Si! sarebbe ritornato ancora. Sentiva dentro di se una sensazione diversa dal solito. Una sensazione, nuova, che non aveva mai sentito prima. Di avance alle donne ne aveva fatte tante, e alcune erano andate felicemente in “Porto”. Ma una sensazione come quella che sentiva in quel momento non l’aveva mai avvertita; neanche con le donne che più rispettava.
Quarta parte
Sono già le 11,30 - disse l’anziano – meglio che m’incammini, altrimenti chi la sente la moglie? Se vieni anche tu ti indico la strada per P dove puoi trovare anche una buona trattoria; dato che è quasi mezzogiorno, forse ti conviene mangiare qualcosa fuori.
- Beh, ha ragione, forse è meglio che mi muova anch’io – disse l’amico – magari faccio un giro in campagna. Sa quanto dista P.? – chiese poi – mi andrebbe proprio di mangiare qualcosa fuori.
- Dista all’incirca tre o quattro chilometri. Se vai alla trattoria di pure che ti manda Mario
Si alzarono e andarono al banco a pagare.
L’amico pagò sorridente e salutò, fu ricambiato con un sorriso e un arrivederci.
Fuori l’aria s’era fatta più dolce. L’amico, che a questo punto incominceremo a chiamare Andrea, rivolgendosi all’anziano chiese se Mario fosse il suo nome e si presentò a sua volta.
L’anziano rispose che si, Mario era lui.
- Se mi accompagni ti indico la strada per il paese
- Va bene, grazie.
Strada facendo, Mario incominciò a parlare di sé.
- Sai, io qui ci sono nato e vissuto per tutta la vita. Anche il lavoro era vicino, proprio a P. Lavoravo nella stabilimento che incontrerai all’inizio del paese.
Ad Andrea non dispiaceva l’anziano che, a quanto sembrava, l’aveva preso in simpatia. Si chiese se fosse sposato e avesse figli.
- Che lavoro faceva? chiese Andrea
- Magazziniere, rispose Mario. spedizione e ricevimento merci. Imballavo e spedivo all’uscita. All’entrata, invece, disimballavo e immagazzinavo la merce sugli scaffali e poi la distribuivo a richiesta degli operai. Un lavoro, di per sé tranquillo e, a volte, quando dovevo immagazzinare, anche rilassante. Mi piaceva, disse, perché potevo decidere da solo come disporre la merce in magazzino. Anche se c’era il capo magazzino, io avevo piena libertà d’azione.
Camminavano tranquilli e Andrea ascoltava con attenzione.
- Ha sempre lavorato nello stesso posto? Chiese.
- SI, rispose Mario. Sono entrato come apprendista che avevo quindici anni e sono uscito come operaio qualificato a cinquantatre anni quando sono andato in Pensione. Sarei potuto uscire a cinquant’anni ma rimasi su richiesta del titolare.
- E tu? chiese dopo un attimo di silenzio.
- Lavoro in una fabbrica come operaio a … da due anni con contratto a tempo indeterminato. Prima ho continuato a passare da un posto all’altro con contratti a termine che, a volte
duravano alcuni mesi o, addirittura, alcune settimane. Spero che questa sia la volta buona. Disse alla fine.
- Purtroppo, al giorno d’oggi, non si può più contare sulla certezza del lavoro. Mi chiedo come si possa fare progetti per il futuro senza questa certezza. Come un giovane possa anche solo pensare di mettere su famiglia. Quando mi sposai, continuò, avevo già da parte il necessario per mettere su casa e, comunque, il posto non era la prima delle preoccupazioni. Allora il lavoro c’era, e tanto. Ricordo che alcuni miei amici cambiarono parecchi posti prima di scegliere quello che più confaceva al loro carattere. E non perché avevano il contratto a termine, allora si entrava sempre col contratto a tempo indeterminato. Se cambiavano posto era per insoddisfazione.
Dopo lo sfogo di Mario, i due continuarono per un breve tratto in silenzio. Fu Andrea a rompere il silenzio per chiedere come si lavorava ai suoi tempi e quali erano i rapporti tra dipendenti e azienda.
- Quando incomincia, disse Mario, i rapporti erano molto rigidi, bisognava fare quello che dicevano. Poi, dagli anni settanta, con gli scioperi si riuscì ad ottenere un miglior trattamento sia economico che normativo.
- Già, gli scioperi, disse Andrea. Oggi, anche solo ad accennarne, c’è da prendersi qualcosa in testa. E poi, i precari, per paura di non essere confermati, cosa che non avviene quasi mai, non ci stanno. Hanno paura.
- Purtroppo, oggi, molti di quelli che stanno usufruendo delle conquiste degli anni settanta e ottanta non capiscono che, appunto, i diritti che hanno non sono caduti dal cielo, anzi, sono stati acquisiti a forza di lotte che, a volte, sono state anche abbastanza cruente.
Mario che fino a quel momento era stato concentrato sul dialogo, si guardò attorno; sono arrivato, disse. Io abito in quella casa, la vedi?, quella bianca con le persiane
verdi. Ti ringrazio per la bella chiacchierata, se torni da queste parti, vieni al bar, di sicuro mi trovi la. Si strinsero la mano e Mario, prima di lasciarlo, gli indicò la strada per P. Andrea ringraziò a sua volta e s’incamminò nella direzione indicatagli.
Scritto da: francescoverduc Link permanente | Commenti (0)


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