12/04/2012

Partire senza partire. L’integrazione impossibile.

Parto non parto, alla fine son partito ma sempre la, a casa - il luogo d’origine -, son rimasto. In quella casa ove i miei ricordi son fissati come manifesti sul muro della mente. Fossile vivente! Ecco, questo sono, null’altro.


Per strade impervie mi son perso! Lungo vie inaspettate, in borghi sconosciuti hanno ripreso corpo i miei ricordi!

Viaggiando ho appreso che non si può sfuggire al passato, che i ricordi ritornano senza sforzo - e son ciò che ci lega al passato - perché indelebili nella nostra mente. Sentimenti ed emozioni ci accompagnano lungo tutto il percorso del nostro vagabondare in un ciclo continuo di visioni mai cancellate che si ripropongono di continuo come metro di misura delle nuove esperienze.

E’ la dove siamo nati che affondano le nostre radici, ed è in quella terra che sempre ritorniamo col nostro pensiero. Questo perché è la che inizia la nostra storia, è la che si è forgiato il nostro carattere. In qualsiasi luogo noi approdiamo, sempre dobbiamo  misurarci con le nostre esperienze originarie confrontandole con quelle del presente.

Per quanto ci sforziamo di inserirci, non saremo mai parte del luogo dove decidiamo di vivere proprio a causa del nostro continuo misurarci/confrontarci con la cultura del posto. E’ il nostro continuo confrontarci che ci nega la possibilità di integrarci; poiché le nostre esperienze hanno origine in una storia culturalmente diversa, siamo costretti ad un continuo lavoro di mediazione tra noi, la nostra cultura originale, e loro, la cultura esistente. Questo implica la formazione di un modo d’essere culturalmente diverso sia della nostra cultura originale che di quella esistente. Modo d’essere che, però, ha alla sua base, sempre e comunque, il ricordo di ciò che eravamo.

Nasce, allora, qualcosa di nuovo nella dis-continuità del nostro divenire. Un nuovo essere, capace di comprendere i movimenti dell’animo umano in qualsiasi luogo si trovi e di fronte a qualsiasi cultura anche sconosciuta perché ha come base proprio l’essere diverso e al contempo uguale.
Sembrerebbe una contraddizione dire che questo nuovo essere si rifà al passato e, al contempo, vive pienamente nel presente pur nella sua diversità. Ma, in realtà, non lo è affatto. E’ proprio la sua diversità nata da un continuo rimescolare quel che era con quel che trova e quel che diventa a permettergli di essere critico nei confronti della cultura in cui si trova a vivere e al contempo viverci superando il disagio.

L’essere diversi, se da un lato pone limiti all’integrazione, dall’altro spinge il nostro interiore a trovare soluzioni alla situazione di disagio in cui si viene a trovare. Questo crea le condizioni per un nuovo modo di intendere le relazioni interpersonali che, pur discostandosi dalla cultura esistente, ci permettono di affrontare le nuove situazioni.
E’ per questo che non diventeremo mai parte integrante della nuova cultura; non è la nostra incapacità a capire - anzi, la comprensione diviene più facile grazie al continuo confronto - ma la mancanza delle radici, della storia che continua a resistere dentro di noi e di cui non sappiamo privarci a impedirci di integrarci.

14:17 Scritto da: francescoverduc in Riflessioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: partire, integrazione, storia | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook |  Stampa

29/03/2012

Lo stato e lo sfruttamento dei vizi.

Lo confesso, sono un fumatore abituale. Lo sono pur sapendo che danneggia la salute provocando seri problemi cardiovascolari e ai polmoni, il che significa limitazione dell’attività fisica che, a sua volta, non fa che accentuare i problemi da cui dipende.
Lo sono da sempre dato che in passato era una moda, un atteggiamento, in modo particolare nei giovani, che elevava l’autostima “rendendoci” più adulti, più arditi nell’affrontare il passaggio dall’adolescenza alla maturità.
Lo sono anche se non vorrei esserlo. Lo sono perché qualcuno ha voluto che lo fossi.

Negli ultimi decenni s’è fatto un gran parlare di lotta al fumo da parte delle associazioni anti fumo e mediche. Una lotta che a portato a leggi tipo vietare il fumo nei locali pubblici - in alcuni paesi è perfino vietato fumare nei parchi, cioè all’aria aperta - e all’obbligo, per i  produttori, a mettere l’avviso della pericolosità sui pacchetti.
Tutte cose giuste e sacrosante che condivido pienamente, che anzi, andrebbero adottate con la stessa solerzia anche ad altri prodotti tipo la benzina e combustibili in genere (salvo il metano che è l’unico a non produrre scorie), ma anche a certa pubblicità su prodotti del tipo diete fai da te che provocano anch’esse problemi alla salute o a certi farmaci che vengono pubblicizzati come integratori della dieta per dare più salute ma che in realtà, sono pericolosi se presi senza controllo medico, e altri ancora.
Oggi si è arrivati a “multare” chi getta il mozzicone di sigaretta per terra. Anche in questo caso è giusto e sacrosanto anche se, però, non si capisce perché non si multa chi getta per terra ogni sorta di oggetti pur avendo - anche se non sempre - a disposizione i “cestini”. Inoltre, che io sappia, non si sono mai multati chi gettava nell’ambiente le buste di plastica tanto deprecate al punto di proibirle.

Come dicevo, le leggi contro il fumo sono giuste, certo, ma allora, bisogna chiedersi come mai, lo stato, che è il primo interessato a debellare un vizio così malsano che provoca costi elevati in termini di sanità, lo è altrettanto in termini fiscali. Un pacchetto di sigarette costa il 26% del suo costo al consumo; il 74% sono tasse. Questo indica un interesse orientato allo sfruttamento del vizio più che alla sua eliminazione.
Se un pacchetto di MS dal costo attuale di 4,30€, si detrae il 74%, verrebbe a costare al consumatore 1,118€, il che significa che il fisco si prende 3,182€. Prendendo come costo base il pacchetto di MS e se calcoliamo i che, in Italia si vendono circa un milione di sigarette al giorno, lo stato incamera 47.730.000 milioni di euro al giorno diviso per 365= 17.421.450.000 miliardi di euro l’anno. Naturalmente la cifra non è esatta perché ci sono diversi prezzi, ma non credo che si discosti di molto.

Dunque, il fisco incamera più di 17  miliardi all’anno di tasse sulle sigarette. Soldi che vanno nelle casse dello stato, quello stesso stato che emana leggi contro il fumo e da multe anche solo per aver buttato un mozzicone per terra.

Viene allora da pensare che allo stato faccia piacere che la gente fumi, che le leggi fatte siano solo un altro mezzo per incrementare le entrate attraverso le multe forte della convinzione che, comunque, il fumatore, salvo eccezioni, continuerà a fumare e che, i giovani, per gli stessi motivi che spinsero i loro padri, inizieranno a fumare.
Dunque, uno stato disinteressato alla salute dei cittadini - basta vedere anche i tagli sulla sanità pubblica - e che usa le proteste dei non fumatori unicamente per ulteriori tasse.
Considerando anche che, a parte la pubblicità sui pacchetti, non si fa nulla per aiutare i fumatori a smettere, è ovvio presupporre che il pacchetto di sigarette continuerà a essere un buon motore di incremento delle entrate.

Pertanto, la mia affermazione: lo sono perché qualcuno a voluto che lo fossi, è una misera realtà e non la giustificazione di un fumatore senza volontà.

14:12 Scritto da: francescoverduc in Riflessioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook |  Stampa

12/03/2012

Il potere dell'immagine

Viviamo in un mondo fatto d’immagini. Tutto ci viene proposto attraverso le immagini. Ai margini delle strada dove campeggiano enormi cartelli, sui muri dei palazzi, sui mezzi pubblici, nelle stazioni, sui monitor di computer e televisione; ovunque volgiamo lo sguardo le immagini ci guardano ammiccando sornione sicure che il messaggio penetrerà nel profondo
della nostra mente stampandovisi in modo indelebile. In ogni ambito della
nostra ormai triste esistenza, ci propongono come dobbiamo comportarci.

Le immagini sono ormai il nostro pane quotidiano. Senza d’esse non sapremmo cosa mangiare, come vestirci, che film vedere, che tipo di casa ci occorre e come arredarla, come allevare i figli, quali negozi, bar, ristoranti frequentare … L’immagine è il moderno santuario ove attingere il nostro modo d’essere, come costruirci il nostro mondo sia esteriore che interiore.

L’immagine, dunque, è il nuovo simbolo del vivere civile. Il mito primo della nostra era che ci racconta la nostra storia nel divenire quotidiano, proiettandoci nel futuro dell’astrazione simbolica di segni tratti dal mondo reale e manipolati da mani esperte per renderli credibili al fine di indirizzare le menti verso la creazione di esigenze irreali, non conformi alla realtà.

L’immagine come religione e non più come espressione artistica di una religione o, comunque, d’un modo d’esserese stessi nei confronti del mondo. Quell’immagine un tempo al servizio dell’uomo, da esso inventata, diventa, nella società moderna, l’origine dell’uomo stesso dal momento che ne usurpa, attraverso il suo potere occulto - perché non dichiarato -, la centralità di essere demiurgo.
L’uomo, da creatore diventa creato perché si pone al servizio della sua creazione affidandogli il potere di programmare la sua esistenza.
Già con la religione, l’uomo, ricrea se stesso attraverso dio da lui inventato mettendosi al suo servizio. Con l’immagine riesce ad andare oltre poiché, se apparentemente rimane libero di scegliere, in realtà, è l’immagine a indirizzare le sue scelte.

Dunque, riportare l’immagine alla sua dimensione originaria è un compito primario. Riportarla alle origini, ovvero, come semplice – con tutte le sue implicazioni – mezzo comunicativo è il compito di ogni mente libera.
La mente, per creare, deve essere libera da simboli e miti che ne determinano il suo divenire. Ovviamente, essere libera non significa  ignorarne l’esistenza e non crearne; i simboli e i miti sono parte integrante della mente creativa poiché è essa stessa a crearli; ciò che va evitato è il loro prevalere sulla mente umana.
Usare le immagini per comunicare non implica necessariamente che prevalgano sul loro creatore; casomai, il loro prevalere è determinato dalla falsa necessità, nell’uomo, di credere che, i simboli e i miti da esse derivanti, siano necessari per il suo divenire e che, pertanto, debbano essere ritenuti al di sopra di se stesso.
Concludendo, invece di usare le immagini per comprendere se stesso in rapporto al mondo, l’uomo usa se stesso per alimentare quel mondo immaginifico che determina le sue azioni col risultato che, nella realtà, sono le immagini a creare l’uomo e non viceversa.

17:38 Scritto da: francescoverduc in Riflessioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: potere dell'immagine | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook |  Stampa