23/03/2012
L’amico M. e il lavoro
Erano le 7,30 quando uscii di casa e il sole già inondava lo spazio lasciando nell’aria il tepore tipico di marzo.
Mi ero svegliato presto a causa dei dolori alla schiena, che ormai da un anno mi assillano, causati da un’ernia al disco. Fatta colazione, decisi di uscire a respirare un po’ d’aria fresca senza una meta precisa sapendo, comunque, che la sosta al bar per un caffè e lettura dei giornali sarebbe stata la prima meta a cui, ormai da anni, non so rinunciare.
M’incamminai dunque.
L’aria, come previsto, era ancora frizzante e la giacca leggera mi fu d’aiuto. Coprii in breve tempo le poche centinaia di metri che separano casa mia dal bar e mi rifugiai dentro. Il bar era già pieno dei primi avventori per il caffè o cappuccino prima di recarsi al lavoro. Ordinai alla barista il solito caffè e, preso il giornale, mi sedetti nella saletta per fumatori, ancora vuota a quell’ora; di solito si riempie dopo le otto quando arrivano i pensionati e gli operai dei turni. Nell’attesa del caffè incominciai a sfogliare il giornale leggendo i titoli e poche righe degli articoli che più attraevano la mia curiosità.
Quando la cameriera, di cui non faccio il nome perché potrebbe essere chiunque, mi pose il caffè davanti, smisi di leggere e me lo gustai a occhi chiusi assaporandolo in ogni sua espressione, dopo di che accesi una sigaretta e, anch’essa, l’assaporai fino all’ultimo tiro. Durante quello che per me è un rito a cui non so rinunciare, come mi succede sempre, mi assentai completamente dalla realtà al punto di non accorgermi dell’entrata nella saletta d’un mio amico, e del suo saluto. Solo dopo aver spento la sigaretta notai la sua presenza.
- Ci sei? chiese M. mentre sorseggiava il caffè.
- Ciao - risposi - si, ci sono. Scusa se non ti ho salutato subito, ma ero impegnato a gustarmi la prima sigaretta e non t’ho neanche visto entrare.
- Niente - disse M. - Che c’è di nuovo? - chiese poi.
- Oh, le solite cose sai. Le solite liti tra politici e qualche omicidio qui e la in giro per l’Italia. - Risposi rimanendo sul vago. E tu che mi racconti? Niente lavoro oggi?
- Purtroppo oggi no! e neanche domani e dopo domani e … Rispose l’amico con la faccia alquanto truce.
- Come, sei stato licenziato?
- Si. Lo disse quasi avesse vergogna. Quasi fosse una colpa l’essere stato licenziato.
- Scusa ma non capisco. Non eri stato assunto a tempo indeterminato? Dissi io. ma conoscevo già la risposta.
Mario mi guardò e dal suo volto traspariva rabbia e delusione. Poi disse - si, dopo l’apprendistato, sei mesi fa, mi confermarono il posto fisso, ieri, con la scusa del calo di lavoro, il licenziamento. Ma non sono l’unico, con me ne hanno licenziati altri 15; cinque come me e dieci anziani. Operai che lavorano li da decenni e che ora, a cinquanta cinquantacinque anni suonati, si ritrovano sulla strada. E non credere che troveranno lavoro facilmente. Ha quell’età, al massimo, si può fare qualche lavoretto da precari.
Si fermò un attimo a tirare fiato e poi riprese - In effetti, per quanto riguarda me e i cinque, è stato solo un giochetto per ottenere i soldi dal governo. Per gli altri dieci, un alleggerimento di personale troppo vecchio per sostenere i ritmi imposti. E poi, va anche detto che riassumeranno giovani come apprendisti perché più disponibili nella speranza d’essere confermati al posto fisso per poi ripetere il giochetto.
- Già - dissi - con la cosiddetta riforma del lavoro hanno dato mano libera agli imprenditori sui licenziamenti. Ma - ripresi - i sindacati che dicono? Se non sbaglio, dovresti avere 15 mesi di buona uscita e 12 mesi di 119.000 euro dallo stato.
- Si - rispose - e dopo? Il problema non sono solo i soldi, che anzi e per fortuna, per quanto mi riguarda, non mi mancano dato che mia moglie lavora e col suo stipendio riusciamo a tirare avanti. Il problema più grosso è l’incertezza, l’impossibilità di poter programmare il futuro, in modo particolare quello dei figli.
Prese fiato un attimo poi riprese - Ho trentacinque anni e ancora non sono riuscito a trovare un posto fisso, ti rendi conto che questa non è vita!
Quasi aveva urlato nel dire l’ultima frase. Chinò il capo e disse - scusa, non ce l’ho con te, anzi …, ma quando una persona, e credimi, come me ce ne sono a decine di migliaia se non a centinaia di migliaia, non riesce a fare un minimo di programma perché viene continuamente sbattuto qua e la, su e giù per l’Italia, (si riferiva al continuo trasferimento a cui i senza lavoro fisso - ed erano la stragrande maggioranza perché, ormai, erano pochi i lavoratori che riuscivano a mantenere lo stesso posto per tutta la vita - erano costretti se volevano lavorare) tra licenziamenti e riassunzioni che non danno mai la certezza del posto e di un reddito fisso che, anzi, con la concorrenza che s’è creata tra noi lavoratori, anche gli stipendi sono progressivamente in calo.
Disse tutto d’un fiato, con la faccia rossa di rabbia. Poi si calmò. Ma era evidente lo sforzo di mantenersi calmo.
- Tutto questo - continuò con calma apparente - non può continuare all’infinito. Prima o poi succederà qualcosa d’irreparabile e, allora, possiamo anche dire addio al po’ di libertà rimasta.
Dalle sue parole traspariva una rabbia che ormai faceva fatica a contenere. Tanto più che era repressa da anni di incertezze e dall’impotenza di fronte al potere che non dava nessuna assicurazione ai cittadini. La rabbia era accentuata dalla piena coscienza che, lui stesso, contribuiva, col voto, a rigenerare il potere.
Conoscevo benissimo la realtà che si era creata con la riforma. Riforma che, col passare degli anni, aveva dato origine a situazioni visibilmente disagiate tra i lavoratori.
Tutto questo era stato giustificato con la necessità di far fronte alle esigenze di mercato nate con la globalizzazione.
Sospirai, cosa che facevo quando non avevo argomenti da ribattere alle argomentazioni dell’interlocutore. In questo caso, però, era l’effetto del disagio creatomi dalla situazione di M. che conoscevo da anni e sapevo gli sforzi fatti per inserirsi nel lavoro.
M. era il tipo d’uomo che, trovandosi di fronte alla scelta di lavorare sodo per dare sicurezza alla famiglia anche con dieci dodici ore al giorno o protestare per i propri diritti, aveva, salvo casi particolari, sempre scelto il lavoro. Ma questo non era servito a nulla, Le scelte dei datori, evidentemente, seguivano percorsi diversi dall’impegno e capacità dei dipendenti quando si trattava di ridurre il personale.
Ora, sembrava che M. si fosse accorto di questo e non era più disposto ad assecondare il datore in tutte le sue richieste e, questo, rendeva ancor più problematica la sua situazione.
M. vedendomi sospirare, per un attimo sembrò volesse aggiungere qualcosa che chiarisse il suo pensiero. Ma rinunciò limitandosi a sorridere e, tranquillo, come se volesse rassicurarmi, chiese di nuovo scusa per aver dato l’impressione d’avercela con me.
- Non ti preoccupare - dissi - capisco benissimo i tuoi problemi e so, per esperienza, che le cose non durano in eterno. Mi spiace che persone serie e impegnate come te non abbiano il riconoscimento che meriterebbero, così come mi dispiace che, oggi come oggi, i lavoratori siano costretti a subire le manchevolezze del sistema.
Intanto, la saletta s’era riempita di persone che, chiacchierando tra loro, non avevano fatto caso al nostro discutere un po’ animato.
M. si alzò, mi salutò sorridendo, e uscì dalla saletta.
Io rimasi ancora il tempo per una sigaretta poi decisi di andarmene; in fondo, era una bella giornata e valeva la pena di godersela.
14:55 Scritto da: francescoverduc in RACCONTI | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: racconto, amicizia, lavoro | OKNOtizie |
|
del.icio.us |
|
Digg |
Facebook |
Stampa
09/03/2012
Visco e la riforma del lavoro
Occupazione giovanile e lavorare più a lungosono due obiettivi che si annullano a vicenda dato che il giovane va a occupareil posto dell’anziano che va in pensione, pertanto, più lavora l’anziano più ilgiovane deve rimandare la sua entrata nel lavoro.
Inoltre, tanto per rafforzarela contraddizione, afferma che “l’Italia è un paese anziano e che per mantenereil livello di vita raggiunto “bisogna che si lavoro di più, in più e più alungo”.
Un ulteriore rafforzamentodella contraddizione è l’affermazione che “ci sono oltre 2 milioni di giovani,di cui 1,2 sono donne, che non lavorano, non studiano e non partecipano adun’attività formativa.
Già, due milioni di giovanidisoccupati, oltre ai precari che l’occupazione la stanno ancora sognando.
Ma questi due milioni dipersone senza occupazione come faranno a trovarla se gli occupati dovrannolavorare di più e più a lungo?
Una domanda che i nostrigovernanti e dirigenti pubblici, a quanto sembra, non si pongono. Così come nonsi pongono il problema della contraddizione tra la riforma del lavoro propostae le esigenze delle aziende; esigenze che non collimano affatto con il“lavorare di più e più a lungo” anzi, le aziende hanno la necessità, da sempre,di ridurre il personale proprio a causa dei cambiamenti produttivi e di mercatoavvenuti in questi ultimi decenni.
Secondo Visco, però, se sivuole aumentare l’occupazione bisogna contrastare le rendite di posizione e gliinteressi particolari.
Ma quali? Questo ce lo dicesempre Visco affermando che il mercato del lavoro va riformato vincendo leresistenze al cambiamento: “un migliore funzionamento del mercato del lavorocon la capacità di accompagnare, e non con la volontà di resistere alcambiamento, va di pari passo con mutamenti profondi nella strutturaproduttiva, dalla dimensione delle imprese manifatturiere alla concorrenza eall'efficienza dei servizi”, ovvero, l’adeguamento della società alle esigenzedi mercato.
Pertanto,secondo Visco, e non solo, le resistenze verrebbero da coloro che si oppongonoall’adeguamento della società alle esigenze del mercato. Coloro che antepongonol’individuo all’interesse economico. Resistenze che, se si vuole
Quello che Visco afferma è unasocietà legata, nel suo sviluppo, proprio a interessi particolari di settore enon libera da essi. Una società dove l’individuo è soggetto - senza più nessunadifesa se non quella di uno stato regolatore tra le parti ma legato, per suanatura, alla parte economica della società - ai capricci del mercato. Questoimplica la fine della società basata sulle trattative trai i vari settorisocio/politici ed economici. Una società dove la gestione dell’economia e dellaproduzione condizionerà l’intero sviluppo sociale e non solo nel campoproduttivo e distributivo ma anche in quello culturale in generale poiché tuttoavverrà in base all’utile che se ne ricaverà; senza utile niente strutture.
In una simile società cipotrebbe anche stare l’welfare e gli ammortizzatori sociali, ma a quale prezzo?
Sicuramente, l’individuo dovrà sottostare,per le sue esigenze lavorative, ma anche culturali e, comunque, non legate allavoro, alle esigenze dei pochi che gestiscono la vita pubblica - che nonsaranno necessariamente i politici - poiché tutto sarà deciso in base all’utileche si potrà ricavare.
Sarà l’utile che decideràquando lavoreremo e cosa produrremo (cosa mangeremo, cosa vestiremo, come cidivertiremo ecc).
Sanno benissimo che il lavoro per tutti è unsogno impossibile quando la produzione è affidata alle macchine, sanno che gliindividui saranno estromessi dal mondo del lavoro, ed proprio per questocontinuano a sviluppare formule che coprano la realtà determinata dallosviluppo. L’industria a bisogno, per investire nel cambiamento, dellapossibilità di diminuire la manodopera che, nell’attuale contesto, non puòoccupare il posto delle macchine: o la macchina o l’uomo! È questo il primoproblema, per l’industria, da risolvere.
Pertanto, parlare di occupazione, lavorare dipiù e più a lungo per creare occupazione attraverso nuovi investimenti èfuorviante e falso.
I NUOVI INVESTIMENTI – COME QUELLI VECCHI –SERVONO SOLO A MIGLIORARE LA TECNOLOGIA E, PERCIÒ, A DIMINUIRE IL PESO DELLAMANODOPERA.
Si può certo parlare di altri tipi di lavoro,ma quali? È forse possibile diventare tutti commercianti o lavoratoriindipendenti o artigiani senza intaccare il modello di vita raggiunto?
15:44 Scritto da: francescoverduc in LAVORO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: lavoro, società | OKNOtizie |
|
del.icio.us |
|
Digg |
Facebook |
Stampa
28/02/2012
Come sarà il lavoro nel futuro?
Si continua a parlare di lavoro e ammortizzatori sociali ma nessuno ci dice se sarà possibile, in futuro, un sistema sociale basato sul lavoro dato il continuo miglioramento delle tecnologie di produzione, gestione e distribuzione. Nessuno ci dice che la causa prima della mancanza di occupazione sono proprio le tecnologie che sostituiscono l'uomo nel lavoro.
Continuano a incolpare la crisi attuale, peraltro dipendente dal debito pubblico e, pertanto, non attinente all'occupazione in se, mentre la crisi dell'occupazione dipende sostanzialmente dalla tecnologia.
In un sistema tecnologicamente avanzato, è ovvio presupporre che l'uomo sarà marginale rispetto al lavoro, perciò, il problema principale da affrontare, dopo aver accettato quanto sopra, sarà, necessariamente, la capacità del sistema di trovare il modo di provvedere a coloro, e saranno la maggioranza, che non potranno avere un'occupazione costante.
Eppure Mario Draghi, presidente della Bce, insiste sulla necessità di cambiare il modello sociale europeo affermando che è ormai superato. In linea con la politica europea e italiana, insiste sulla necessità delle liberalizzazioni, ponendole al primo posto nelle priorità, per creare nuovi posti di lavoro e dare così impulso al mercato sia sul piano degli investimenti che su quello dei consumi
Dunque, le liberalizzazioni sarebbero il nuovo motore destinato a ridare impulso all’economia e, di conseguenza, a creare posti di lavoro. Dunque, liberalizzare il mercato di lavoro, rendendolo più flessibile alle necessità del mercato, creerebbe più occupazione e eliminerebbe quello che chiama “mercato del lavoro a due velocità”; “molto flessibile per i giovani e inflessibile per la parte protetta dove i salari riflettono più l’anzianità che la produttività”.
Un mercato del lavoro dove l’idea dominante sarebbe un’alta capacità produttiva e il merito. Dove le aziende, per conformarsi alle esigenze del mercato, dovranno avere la possibilità di ridurre il personale in eccesso eliminando così l’idea di turnover.
Pertanto, la liberalizzazione del mercato del lavoro dovrebbe creare una maggiore flessibilità nel senso che, l’operaio licenziato troverebbe lavoro comunque e in tempi brevi in altre realtà.
A questa analisi manca una cosa essenziale; le aziende (di ogni settore) che si trovano nella necessità di aumentare la loro competitività dovranno, per forza di cose, investire in macchinari - investimenti che non riguardano solo le aziende produttive ma anche quelle del terziario (commercio, distribuzione, turismo,ecc.) - a tecnologia avanzata che sostituiranno la manodopera umana.
In questo modo si creeranno esuberi di personale che, secondo la teoria delle liberalizzazioni e le nuove norme che il governo italiano vorrebbe introdurre, potranno essere licenziati nella convinzione che, comunque troveranno lavoro in altre realtà.
Ma quali realtà?
Le uniche realtà disponibili saranno quelle dei servizi (trasporti, commercio <piccoli negozi>, turismo <per lo più stagionale>), delle cosiddette “partite iva” (piccoli artigiani, camionisti, idraulici, ecc)e dell’agricoltura (per lo più stagionali).
Realtà che, di per se, in massima parte, sono precarie perché, o sono stagionali o hanno una concorrenza troppo alta per poter avere un guadagno necessario a sopravvivere.
Questo significa che, in futuro, il mercato del lavoro sarà caratterizzato da un’enorme domanda a fronte di una minima offerta. Questo porterà a una società sempre più conflittuale e instabile sul piano sociale in mancanza di strutture in grado di soddisfare le necessità primarie della popolazione.
Ma allora perché sostenere che il modello europeo è superato - proponendo le liberalizzazioni come unico rimedio - quando, invece, è proprio questo il momento di attuarlo a pieno regime?
La risposta alla domanda è molto semplice: in un mondo che continua a cambiare, le necessità delle aziende si trovano in netto conflitto con quelle dei lavoratori (di qualsiasi categoria) proprio a causa dei continui investimenti che devono affrontare per modernizzare le strutture produttive e no per rimanere sul mercato, Al contempo, proprio a causa degli investimenti si trovano nella necessità di ridurre i lavoratori in esubero a causa dei macchinari moderni che non necessitano più della quantità di manodopera prima necessaria. Da qui la richiesta di poter licenziare ma, dato che i licenziamenti comportano un costo sempre più elevato degli ammortizzatori, si cerca di creare lavoro con la liberalizzazione dei mestieri pur sapendo che, in realtà, crea solo l’illusione del lavoro.
10:35 Scritto da: francescoverduc in LAVORO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: lavoro, precariato, disoccupazione | OKNOtizie |
|
del.icio.us |
|
Digg |
Facebook |
Stampa
22/02/2012
Marcegaglia ripropone i licenziamenti facili
Corriere
Un’altra bufera sull’articolo 18 e la tutela dei diritti dei lavoratori.
Questa volta, ad innescarla è la presidente di Confindustria sig. Marcegaglia che ha affermato: “Noi non vogliamo abolire l'articolo 18, il reintegro deve rimanere per i casi discriminatori, ma vogliamo poter licenziare le persone che non fanno bene il loro mestiere”
E poi rivolta ai sindacati: “Vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro”
Affermazioni ritenute gravi dai sindacati confederali Cisl, Uil e Cgil. E gravi lo sono non tanto per l’attacco
all’articolo 18 quanto al riferimento alla qualità del lavoro degli operai e alla richiesta esplicita di licenziare coloro che “non fanno bene il loro mestiere” e al reintegro che deve riguardare unicamente “i casi discriminatori”.
E brava, sig. Marcegaglia. Licenziamo tutti allora!
Si, perché, se il reintegro riguarderà solo i casi discriminatori, i casi di licenziamento non riguarderanno solo le difficoltà economiche dell’azienda perché, visto che il licenziato non potrà più fare ricorso, ogni scusa sarà valida.
La frase “vogliamo licenziare quelli che non fanno bene il loro lavoro”, da sola annulla ogni possibilità di reintegro dato che, avendo la possibilità di licenziare, sarà solo l’azienda a giudicare chi “farà bene il proprio lavoro” e, pertanto, anche i licenziamenti discriminatori passeranno con la scusa che l’operaio non si impegna.
Insomma, tra una precisazione (Va tuttavia rimarcato che a volte l'articolo 18 diventa un alibi dietro il quale si possono nascondere dipendenti infedeli, assenteisti cronici e fannulloni) e l’altra, alla fine, l’unico interesse degli industriali riguarda la possibilità di avere mano libera sulle questioni aziendali e rispetto ai diritti dei lavoratori.
Che ci siano i furbi che sfruttano le leggi a proprio vantaggio è fuori discussione - però dovrebbe anche prendere atto dei tanti furbi che ci sono nel mondo inprenditoriale. Furbi che, quando non pagano le tasse, sono dei veri e propri ladri -, questo, però, non giustifica la cancellazione della norma.
La sig. Marcegaglia dovrebbe, invece di prendere atto della disponibilità dei sindacati a discutere delle riforme necessarie alla modifica degli ammortizzatori sociali, che sono il vero fulcro del problema, cerca di rimescolare le carte creando ulteriori tensioni al fine di raggiungere lo scopo dei licenziamenti liberi perché, probabilmente, non ritiene necessario il coinvolgimento dell’azienda nel sostenerli. Coinvolgimento proposto dal governo.
16:23 Scritto da: francescoverduc in LAVORO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: lavoro, marcegaglia | OKNOtizie |
|
del.icio.us |
|
Digg |
Facebook |
Stampa
29/01/2012
Il governo Monti e la tutela del lavoratore.
Monti, in una intervista, ha dichiarato che “occorre che la protezione delle persone nel mercato del lavoro non diminuisca ma diventi più equilibrata e con una protezione meno concentrata sul singolo posto di lavoro e più concentrata sul singolo lavoratore, quindi con una esigenza di mobilità nel tempo”.
Cosa significhi di preciso “più concentrata sul singolo lavoratore” non si sa; farebbe però pensare a una qualche forma di assistenzialismo alla nord Europa.
Ciò implicherebbe la possibilità di assistenza diversa dall’attuale e prolungata nel tempo. E non può essere altrimenti perché, parlando di flessibilità in entrata e in uscita, è ovvio presupporre un ampio margine di azione alle aziende sul problema licenziamento.
Proprio la Fornero ha dichiarato che: "Oggi esiste un legame eccessivo tra il singolo lavoratore e il suo posto di lavoro. Un legame che si tende a far "resistere", molto spesso, anche quando l'azienda che fornisce quel posto di lavoro non è più in grado di assicurarlo. Questo problema va risolto". Dunque, il problema iniziale è dare la possibilità all’azienda di licenziare, quello secondario, dare assistenza al licenziato. Ma, come dice sempre la Fornero, si tratta di trovare nuovi strumenti in sostituzione dei vecchi “non più adeguati ai tempi che stiamo vivendo”. Quali siano questi strumenti “si vedrà al tavolo delle trattative”.
Il problema, dice la Fornero, è “depurare la questione dal suo valore ideologico” discutendo apertamente senza tabù.
Il problema primo per mettere in atto un cambiamento sostanziale, però, sono i soldi necessari a sostenerlo. Eliminare l’articolo 18, la Cig e l’attuale normativa sula mobilità per sostituirli con nuovi strumenti, di cui ancora non si conosce la natura, avrà, comunque dei costi “elevati”, come sostiene sempre la Fornero. Allora vien da chiedersi se non sia il caso di lasciare le cose come sono limitandosi a potenziarle.
Inoltre, se il problema è il lavoro in se, è ovvio che, se si vuole proteggere il lavoratore, si debba dagli il necessario per vivere - questo anche per incentivare il consumo e evitare tensioni sociali. A nulla servono tanti giri di parole per sostenere una cosa evidente; il lavoro umano, a causa del continuo sviluppo della tecnologia, almeno nel settore produttivo, andrà sempre più assottigliandosi. La conseguenza sarà, inevitabilmente, una diminuzione costante dei posti disponibili.
Questo implica che l’apertura ai licenziamenti servirà unicamente a sfoltire la manodopera in eccesso. Ma questo porterà anche a una diminuzione delle entrate fiscali.
A questo punto, per sostenere un welfare orientato al sostentamento di quanti rimarranno esclusi, sarà necessario rivedere la normativa fiscale spostandola dalla persona fisica alla produzione, distribuzione dei beni e redditi medio alti.
Pertanto, se si vuole dare maggior libertà di licenziamento e, al contempo, sostenere i disoccupati, è ovvio che non si può esìimersi da una diversa concezione del fisco.
15:47 Scritto da: francescoverduc in LAVORO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: lavoro, governo, disoccupazione, welfare | OKNOtizie |
|
del.icio.us |
|
Digg |
Facebook |
Stampa
26/01/2012
La cacofonia italiana
Basta vedere le tante anime del paese che, di colpo, si sono risvegliate al suono allarmante delle trombe dell’autorità. Trombe che, fino ad ieri, sembravano assopite in un chiacchiericcio urlante, in un silenzio assordante di autoritarismo privato, però, dell’autorità necessaria a farsi sentire perché, pur essendo legale era, comunque, legato, prigioniero d’un gioco antico che tiene insieme le anime non in forza di una ragione legata al bene comune, ma basata sul rapporto di interessi particolari che ne hanno determinato si la nascita e la vittoria ma portandolo ad una fine ingloriosa proprio a causa del mancato interesse comune per il bene comune.
Ora, le anime, caduto il legame con l’autorità autoritaria, si sono risvegliate dando sfogo al loro disappunto di fronte ad un’autorità non autoritaria ,quasi taciturna , ma decisamente determinata ad applicare le leggi oltre che a farle.
Un evento, questo, che ha preso in contropiede le anime abituate a tutto meno che a vedersi chiamare in causa proprio da un’autorità non autoritaria ma decisa che vorrebbe riportare le anime ad una visione sociale basata sul bene comune.
E, nel momento in cui il governo Monti cerca di smontare la struttura corporativa delle categorie, le anime si ribellano perché, un conto è dire e non fare o fare solo nei confronti dei soliti (lavoratori dipendenti accusati dal governo Berlusconi di corporativismo), altro conto è essere chiamati in causa direttamente.
Ecco che, allora, il chiacchiericcio assordante diventa clangore, come campane che suonano a distesa, spietato nel suo tentativo di rimuovere la causa del loro malessere. Senza armonia, in una cacofonia senza speranza si affannano a distruggere perché non più centrali, o centrali in senso inverso, nel contesto sociale.
Anime tradite, dunque, quelle che stanno mettendo sotto sopra l’Italia. Ma tradite da chi se non da loro stesse, dal loro senso perverso dei rapporti tra cittadini e stato. Tradite dalla loro stessa volontà di essere stato nello stato. Da quel sistema che loro stessi sostengono accettando le regole della privatizzazione, come i camionisti e i tassisti, in massima parte padroncini, ma anche farmacisti e liberi professionisti in genere.
Individui che hanno accarezzato la speranza di arriccihre accettando le regole del gioco, ora, trovandosi di fronte a una realtà ben diversa da quella sperata, determinata dalla crisi del sistema che loro stessi hanno condiviso, cercano rifugio in un’altra speranza: quella di sovvertire la realtà nel tentativo di salvare quel sistema che li ha partoriti.
16:31 Scritto da: francescoverduc in Riflessioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: italia, lavoro, monti, governo | OKNOtizie |
|
del.icio.us |
|
Digg |
Facebook |
Stampa


